Ogni anno, in un giorno imprecisato di fine luglio-primi d'agosto, abbiamo osservato questo rituale. E' stupido lo so, ma era ormai diventata un'usanza. Si andava al centro commerciale per pagare l'assicurazione della macchina e si stava insieme tutto il pomeriggio. Ridevamo, guardavamo i negozi, compravamo schifezze e tornavamo a casa. Cucinavamo e ci mettevamo davanti a un film, possibilmente un horror, e discutevamo. Massimi sistemi. Politica. Impressioni. Paure. Progetti per il futuro.
Perchè quando arrivi a pensare questo dei tuoi genitori, cioè che anche loro, come te, hanno il diritto di piangere, è arrivato il momento in cui capisci che non sei più un bambino.
E nella mia vita quel momento venne all'improvviso.
I cambiamenti più importanti spesso avvengono così.
Sono senza parole, il che è strano pensarlo mentre sto scrivendo. Ma sul serio, sono senza parole. Interiormente. Non volevo affrontare tutto questo adesso, ma credo che prima o poi avrei dovuto farlo. E non so se ce la faccio. Tutta la tristezza e l'abbandono, consumati nell'improvviso rancore, in una spirale di sterili e infantilil discussioni, finendo col perdere di vista ciò che è importante sul serio: una piccola anima che si lascia scivolare la vita addosso, fingendo indifferenza, come se in fondo non importasse e non avesse tutto il peso che in effetti ha. Ecco. Tutto questo lo sento sulle mie spalle, nella mia pancia, nel mio sonno interrotto, nei miei denti. E hanno ancora il coraggio di parlare di vita privata.